Juda's Field.

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Credo che alla fine ce lo ricordassimo tutti così: in piedi sul punto più alto della montagna a suonare quella ridicola campana nel pieno del pomeriggio più freddo degli ultimi vent'anni e dei precedenti cinquanta. Indefesso con una T-shirt rossa: follia. Eppure tutti l'avremmo ricordato così e molti di noi continuano a farlo quando nei giorni di ottobre comincia a cadere la neve. Ma andiamo con ordine.
Era l'inverno del... 93!? No, doveva essere il 94... ad ogni modo nel paese faceva un freddo che non si sarebbe mai più visto ed i ragazzi approfittavano della chiusura delle scuole per neve e scorrazzavano a destra e a manca per le stradine. In fondo mancava poco alle feste per i morti e tutto era preso come un lungo ponte di preparazione alle venture vacanze di natale. Per me era molto diverso, ero all'ultimo anno e facevo fatica ad immaginarmi un futuro senza i miei compagni di liceo. Bah, ovvio che poi le cose vanno come vanno ed oggi non mi ricordo più neanche il nome del mio compagno di banco... comunque dicevo, per me quell'inverno era diverso. Studiavo durante quei giorni di freddo ed ogni tanto qualche testa di cazzo veniva a lanciare palle di neve alla mia finestra. Io mi affacciavo, all'inizio ne acchiappavo un'altra in faccia. Poi, con l'abitudine, cominciai a schivarle. Ah, comunque io sono Stefano ed abitavo al secondo piano di quella palazzina arancione... la vedete? Ma come, lassù sulla via dei Ciclamini... no? Vabbè, lasciamo stare. Comunque in quei giorni il paese pullulava di ragazzini che sbucavano da ogni dove e si organizzavano vere e proprie battaglie tra fazioni a palle di neve. Aveva nevicato talmente tanto che le strade erano state coperte da un metro e mezzo di neve ed era stato necessario scavare delle specie di trincee per far passare le macchine. In queste trincee si muovevano tutti i ragazzini ed i ragazzi, anche della mia età, che scorazzavano a guerre di neve per il paese. Tutte le mattine la campana del borgo vecchio suonava e tutte le mattine a quel suono ci stringevamo nelle coperte un po' di più. La storia della campana era nota a tutti i ragazzi del borgo: fino alla fine degli anni '50 il paese era situato più su nella montagna e non nella valle come oggi; poi il terremoto fece venner giù mezzo paese durante la processione di S. Anna, mentre tutto il paese era a valle. Venne giù tutto, persino la chiesa e fu deciso di ricostruire il paesino più a valle, dove c'era la statua della santa. Tutti gli abitanti quindi si misero a recuperare capre e arnesi per spostarsi a valle, tanto le terre ed i pascoli erano stati sempre a valle e nessuno aveva mai capito perchè il paese fosse arroccato su quella cazzo di montagna così da costringere tutti a scendere ogni santa mattina. Ad ogni modo, non voglio tediarvi con questa storia, ma c'è da dire che in realtà non è che non ci fosse proprio nessuno nel paese: infatti nel borgo tutti erano molto cattolici e molto superstiziosi, ma non Mastro Gerardo. Mastro Gerardo era l'unico e solo iscritto al Partito Comunista del borgo ed anche l'unico che, una decina di anni prima, si era dato alla macchia per arruolarsi nella resistenza, essendo sempre stato Marxista e Leninista ed avendo sempre apertamente osteggiato il regime fascista. Anche se era tutto sommato visto come una sorta di eroe repubblicano, era trattato con sospetto ed inviso a tutti i ferventi cattolici, moglie e figlia compresi, per il suo ferventissimo anticlericalismo ed ateismo. Infatti il giorno del terremoto, che si verificò (caso forse unico nella storia) nella sola zona del borgo con un'intensità mai vista, lui non era andato alla processione, unico nel borgo, e ne fu quindi l'unico testimone tanto che ne scampo'. Quando tutti fecero i bagagli per andarsene, Mastro Gerardo fu l'unico a voler rimanere al borgo e lì rimase nonostante le preghiere della moglie e della figlia, nonostante gli inviti alla ragione di quelli che una volta erano stati suoi amici. La risposta di Mastro Gerardo fu: "Voi fuggite ringraziando il vostro dio di merda: io ci piscio sopra e per me può radere al suolo dieci volte questo paese: io dalle case che ho difese da quegli stronzi fasci non me ne vado". Da allora Mastro Gerardo non scese più dalla montagna. Anzi: nel '59 una frana tagliò tutte le possibilità di rifornimento col paese. Lui fece sapere che non c'era problema e che per far sapere che era vivo avrebbe suonato la campana tutte le mattine. Da allora erano passati quasi cinquant'anni e la campana suonava ancora tutte le mattine, anche se ai tempi del terremoto Mastro Gerardo aveva ormai già cinquant'anni. La cosa inquietava anche i più audaci.
Comunque all'epoca della nevicata che aveva riempito di trincee il paese la campana continuava a suonare imperterrita, ed io non ero il solo che continuava a starsene rntanato in casa: c'era lui, chiuso nella casetta di mattoni, con i nonni, al terzo piano di una casetta ormai diroccata e senza più colori. Giulio viveva da sempre in quella casetta, non era mai uscito se non per andare a scuola, non giocava mai con nessuno, non studiava a casa di nessuno, era come un eremita. Era così che i ragazzi lo chiamavano, e qualcuno a volte si divertiva a paragonarlo al vecchio Gerardo, ma lui se ne restava lì, chiuso ed il perchè lo scoprimmo solo molto dopo. Tutti i santi giorni la palla di neve colpiva la mia finestra e la schivavo: era mia sorella Rachele, più piccola di due anni che mi chiedeva di scendere a giocare per andare a colpire la finestra dell'Eremita. Io non sapevo come fare a dirle che era ingiusto e stupida quella cosa, e badate che ci credevo sul serio che fosse così, ma non so come un giorno, il 29 ottobre, Rachele mi convinse con una scusa (la più banale del mondo, la presenza di Elena, la ragazza cui facevo la corte) ad andare con loro a bombardare quella finestra. Tanto fu pesante il nostro picchiare contro i vetri, che essi cedettero e ne venne fuori un viso scavato e degli occhi grandi e di un azzurro intenso: Giulio, la prima volta, mi apparve come un morto cui era stato turbato il sonno eterno e meritato: i capelli, biondi, gli crescevano come sterpi sulla fronte minuta. Appena lo vedemmo, passata la sorpresa, alcuni di noi (me escluso che preferii escludermi dal gioco stupido, ma più che altro per parlare con Elena) cominciarono a deriderlo e schernirlo, chiedendogli di uscire. Tuttavia ad uscire non fu il piccolo Giulio, ma suo nonno che, allertato dalle grida di scherno uscì armato di schioppo per intimorirci. La cosa gli sarebbe riuscita bene se Giulio, cosa che ci sorprese come altre mai, non avesse deciso di armarsi di un cappottino rosso e di un berretto di lana per seguirci nei giochi di neve. Fu lui a dire al nonno di posare quel vecchio ferro e di lasciarlo in pace, che ormai aveva sedici anni e poteva uscire a giocare. Quell'espressione del volto e quella seraficità mi fecero capire più delle parole l'età di quel ragazzo, che prima avevo visto solo come un bambino di non più di dieci anni. Giulio era magrolino ed aveva un aspetto trasandato, ma dava tutta l'idea di essere anche più vecchio di Rachele.
E così fu. Il nonno lo lasciò andare, anche se a malincuore e Giulio si mise a giocare con noi e scoprimmo che aveva una mira eccellente e si intendeva di alcuni rudimenti di strategia militare che ci fecero vincere tutte le battaglie di neve di quel giorno. Quando venne la notte, tutti insieme ci recammo da Armando il barista dove, davanti ad un grosso fuoco, tutti sorseggiammo un po' di coca o di aranciata ed andammo avanti a parlare tra noi. Quella sera riuscii a scucire il primo bacio ad Elena, cosa che mi portò, anni dopo, alla stupida e dannosa idea di sposarla e di fare di lei la donna che dopo tutti questi anni ancora amo e che ancora mi ama e mi sta vicina (ma questa è un'altra storia). Quella sera il mio non fu l'unico amore a nascere. Giulio, infatti, se ne stava seduto su una sedia, serio, a pensare; Rachele, mia sorella, gli si avvicinò: "Cento lire per i tuoi pensieri" disse. Giulio si voltò verso di lei lentamente e le rispose "Pensavo alla bellezza di questo momento e di questo posto, che non tornerà più, ma che l'importante è che ci sia stata". Rachele rimase incuriosita dalle sue parole "E perché questo posto è così bello?" chiese. "Perché il mondo - rispose Giulio - è bello in tutto." Rachele allora scrollò le spalle e si mise a sedere con le gambe tra le braccia. "Ed io? Sono bella?" disse. "Forse più bella di tutto il resto". Per mia sorella fu sufficiente, essendo di animo semplice, sentire queste parole per arrossire. Lui le prese la mano, ma in quel momento sbucò fuori dal nulla Cosimo. Cosimo era il ragazzo più stupido del paese, ed invero ce ne voleva molto, ma era anche il più grosso, col suo metro e novanta per quasi cento chili di muscoli da taglialegna. Cosimo faceva il filo a mia sorella dalla quarta elementare, da quando, per un gioco stupido, lei aveva devoto baciarlo sul mento per pegno, da allora lui aveva sempre ritenuto che Rachele fosse sua esclusiva proprietà. A volte se l'era vista anche con me perché ad un certo punto esagerava, ma non ne ero uscito poi così schiacciato come riteneva lui e quindi da allora si limitava. Quella volta stava per mollare un gancio destro a Giulio e Rachele cominciò ad urlare; comprendendo la situazione mi parai tra i due, anche se Giulio tentava di ragionare col decelerato uomo della montagna, senza successo. Mi parai in mezzo, dicevo e Cosimo si contenne, anche se mi avrebbe potuto scaraventare per aria, aveva paura di me: diciamo che quello fu il mio pegno per aver partecipato allo scherno di Giulio quella mattina (ma in realtà anche quello era un modo per attirare su di me le attenzioni di Elena.
"Levati di mezzo Ste! È una questione tra me e l'Eremita!" disse L'Idiota. Io, calmo come al solito risposi altrettanto fermamente che Rachele poteva fare quello che cazzo voleva e che lui non poteva permettersi di chiamare Giulio a quel modo. La mia reazione fece infuriare Cosimo che gridò a Giulio una serie di improperi tra cui il più soffice era "codardo" e "vigliacco". Io mi incazzai: "Cosa ti fa credere che lui sia un vigliacco? Il fatto che non voglia rompersi il naso contro un tuo pugno?" a quel punto Giulio prese la parola "Il vigliacco sei tu! °Io non voglio picchiare nessuno è voglio essere picchiato: la violenza è stupida. Io mi batterò, non sono un vigliacco, ma non picchiandoci" a quel punto i ragazzi cominciarono a sbraitare: "Sfida! Sfida!" era un putiferio, io non ci capivo più niente ed ad ogni parola dei due aumentava di intensità. Poi successe: quelle parole rotearono nelle nostre teste come sassi: "Allora, se hai le palle, vai su al borgo e suona la campana!" Il silenzio, se aveva mai avuto un rumore, fu assordante in quel momento, il fuoco stesso smise di respirare, tutto rimase muto e senza fiato, tranne il secco fiato di Giulio che senza neanche aspettare un attimo emise un chiaro e forte "OK!"
La sfida fu fissata per il 2 novembre, giorno dei morti. Io mi offrii di fare da aiuto a Giulio e, frequentandolo quei pochi giorni, mi accorsi che era un ragazzo pieno di vita, anche se molto intimista e timido. Conservava in qualche modo un dolore profondo, un'angoscia, che lo faceva fuggire gli altri, e che allora, erroneamente, attribuii al fatto che aveva perso i genitori qualche mese dopo la sua nascita. La sua camera era un gioiello di musica elettronica e poster di Stone Roses ed Inspiral Carpets, il debut album di Bjork che mi prestò, ed altra musica che mi consentì di diventare un cultore delle atmosfere rarefatte ed un amante della riflessione lirica. Era una persona che mi accorsi essere fantastica. Lui non aveva mai scalato neanche la rampa della scuola, così dovetti insegnargli qualche rudimento di alpinismo, da quelli che sanno i bambini alle cose più complesse. Lui imparava in fretta ed era capace di anticipare gli insegnamenti ed in due giorni fu pronto per scalare la roccia del borgo. La mattina del 2 novembre tutti i ragazzi del paese salirono al picco del borgo per vedere la sfida, la neve cadeva ancora e la scuola era ancora chiusa. Giulio era pronto, ramponi e corda: la scalata non era poi molto difficile però era molto lunga. E poi il problema non era la scalata, ma quello che c'era sopra. Cosimo arrivò in ritardo con quattro amici e cominciò a prepararsi: era teso come una corda e bianco in volto. Rachele si avvicinò a Giulio e gli chiese scusa per quella situazione a di rinunciare. Lui declinò e la baciò. Questo fece incazzare non poco Cosimo che però rimase in silenzio: aveva paura, gli si leggeva negli occhi. La gara partì quando scoccò mezzogiorno. Noi esultavamo per l'uno o per l'altro mentre i due cominciavano a salire, ad arrampicarsi, a conficcare pioli e corde, ma arrivati a metà strada sentimmo la campana suonare. Giulio si impigliò in un ramo sporgente col cappotto e tirò per interi minuti senza risultati, finché decise di togliersi il cappotto e rimase solo con una T-shirt rossa a maniche corte con sopra una frase in russo. Continuò a salire come se niente fosse, ma Cosimo si fece il segno della croce e rimase immobile a pregare. Noi eravamo ammutoliti. Non era mai successo che la campana avesse suonato in altro momento se non alle 7.30 del mattino. Quella mattina la campana aveva suonato due volte. Cosimo urlò, si dimenò, ma era chiaramente in preda al panico e cominciò a scendere. A quel punto Giulio aveva vinto, non c'era alcun bisogno che salisse fin su, ma nonostante noi gli gridassimo di scendere per l'amor di Dio e di Santa Sofia lui non si smosse. Solo quando Rachele gli disse di scendere per amor suo si fermò: "NO, HO PRESO UN IMPEGNO, CI RIVEDIAMO GIÙ!" e sparì alla nostra vista. C'è chi dice che il vecchio lo accolse non essendo mai morto perché non credeva a Dio e Dio non era stato capace di dissuaderlo che l'anima dovesse abbandonare il corpo; c'è anche chi dice che la campana era azionata da qualche strano congegno, ma a questi non è mai stato dato molto credito. Fatto sta che di Giulio non sentimmo parlare per una settimana. Smise di nevicare, smettemmo di cercarlo, di chiamarlo, riprese la scuola e nessuno si sognò mai di salire lassù. L'unica che rimase lì fu Rachele. Le portavo da mangiare, da bere, a volte le sigarette, se le andava. La campana smise di suonare al mattino. Furono giorni in cui tutti, adulti compresi, si sentirono vigliacchi per non riuscire a saliera su quel pezzo di montagna. Tutti, compreso il nonno di Giulio, che non faceva che maledirci tutti. Ma poi venne di nuovo la neve, a metà novembre, e di nuovo le strade si fecero piene di trincee, ma non c'era nessuno a giocare. Rachele se ne stava ancora sotto il picco del borgo, al freddo. E fu lei la prima ad accorgersi del suono, prima flebile, poi via via sempre più forte che proveniva dal borgo: la campana suonava di nuovo, ma non era il suono che aveva sempre avuto, di tre rintocchi, era un suono continuo. In breve quel suono risvegliò il villaggio intero e tutti potemmo vederlo, immagine che rimase nella nostra mente per sempre, sul picco del borgo con la campana in mano e quella maglia rossa a maniche corte. Trionfante, posò la campana a terra e cominciò la discesa. Arrivato giù Rachele lo abbracciò e baciò, ma si accorse che scottava come la brace. Lui le sorrise e le disse che andava tutto bene, che sarebbe stato meglio, ma nel farlo svenne e cadde al suolo. Fu portato di corsa all'ospedale, tra le imprecazioni e le maledizioni del nonno. Fu allora che ci dissero che Giulio era affetto da una grave sindrome da immunodeficienza e che, se non era mai uscito, era perché poteva rimanere vittima del mondo. Morì quel giorno stesso, Rachele rimase a vegliarlo per ore e dovettero portarla via di peso.
Penso ancora a lui quando comincia a nevicare, mentre fumo una sigaretta e chiudo il vecchio libro dei miei ricordi.

P.S. Ok, ok, come riapertura è una merda assurda. Bah... è il mio tributo a Gabrie Garcìa Màrquez in un certo senso. Fa pena ma è il massimo che possa fare in questo periodo... ma tra un po' ci sarà qualcosa di meglio... stay tuned!